giovedì 14 dicembre 2017

should've been all black

Ho parlato tante volte di come la capacità di vedere la bellezza sia stata per me salvifica in diversi momenti della mia vita, ma in questo momento mi viene da ritornare sulle mie riflessioni.
E' vero, la meraviglia può farti capire di quanto valga la pena rimanere in vita o tenere duro in una determinata situazione, ma può anche avere dei bordi affilati e crudeli; può costringerti a percepire un contrasto tanto più doloroso quanto più si discosta dalla vita di tutti i giorni; può mescolarsi con le brutture e produrre un ricordo contaminato.

L'altro giorno stavo dipingendo una tela che aspettava da quasi un anno che avessi il tempo di prenderla in mano. Mi era stata regalata insieme a tre colori, con l'espressa richiesta di usare solo quelli. Erano nero, argento e ciano.
Ho dipinto come un bambino che muove i primi passi, perché non avevo un'immagine in testa e al contempo non volevo sprecare né la tela né il colore.
Ad un certo punto ho pennellato montagne di nero e poi le ho cosparse d'argento, mentre pensavo che era quello che volevo trarre dalle esperienze più cupe della mia vita: luce, nascita, primavera.
Ho continuato a pennellare inserendo punti luminosi dove potevo, eppure l'argento soccombeva perfino al ciano, si mescolava, si ossidava tremendamente. Era quasi come se non ci fosse mai stato, come una luce non spenta, ma troppo lontana da te perché tu possa percepirne il calore ed esserne rischiarato, una luce indifferente e altezzosa.
Ho atteso che alcuni punti si seccassero, e poi ho dipinto ancora. Stavolta l'argento ha resistito.

Giorni dopo mi sono ritrovata a pensare che sarebbe stato meglio se non avessi mai provato a gettare la luce su quelle montagne nere. Era come se la luce - e quindi la bellezza - avessero scoperto la tristezza e le difficoltà e le brutture, e le avessero affilate a mo' di spade tanto più efficaci quanto più avevo tentato di smussarne i bordi illuminandoli.